Blog

Per 330 denari

Raffigurazione di un dipinto che rappresenta Giuda nell'atto di prendere i 30 denari

Premessa
Questo post nasce dalla necessità di rispondere ad un’osservazione che, un paio di mesi or sono, attraverso il mio canale di posta elettronica, mi è stata rivolta da un’interlocutrice alla quale, per svariati motivi, non ho potuto riplicare prima d’ora.
Scelgo di dare seguito alla mia risposta utilizzando questo spazio poiché ciò mi permette di ampliare pubblicamente una riflessione su alcuni aspetti che riguardano l’essere un musicista professionista oggi.

I fatti
In occasione di un concerto che avrei dovuto tenere assieme ad alcuni amici al quale, per motivi di salute, non ho potuto prendere parte, nel corso dello scambio di e-mail con l’organizzazione al fine di definire gli adempimenti amministrativi, si è verificato uno spiacevole malinteso a causa di un copia-incolla da me gestito male; un mio commento che, secondo le intenzioni, non sarebbe dovuto circolare, ha generato una replica da parte di una referente amministrativa dell’associazione culturale avente in carico l’evento musiccale.
Riporto di seguito un estratto dei contenuti che hanno sollecitato questa riflessione.

Messaggio inviato da me agli altri componenti del gruppo musicale:

Ciao, vi inoltro il messaggio che mi è stato inviato dall’amministrazione del… In relazione al concerto del… Per € 330 lordi, sembra debba mobilitarsi il presidente dell’agenzia delle entrate: stando a casa si guadagna di più…

Nella replica a me inviata dall’organizzatrice, avendo essa per errore ricevuto e letto il mio commento, mi si fa notare che il sarcasmo è fuori luogo poiché l’ente in oggetto, anche per € 330 lordi in 4, occupandosi dell’organizzazione di eventi artistici da molto tempo, ha sempre dimostrato correttezza e puntualità negli adempimenti amministrativi volti al fine di offrire un’elevata qualità a fronte di una cronica e costante carenza di risorse.

“Tante scuse.
Carissima,
mi scuso con te se, nelle mie espressioni, ho presentato un lato di me stesso che può non piacere; so che il sarcasmo e il cinismo non sono mai forieri di desidèri costruttivi e non rappresentano mai l’indice di una volontà aperta e positiva.
Non intendo usare questa sede al fine di giustificarmi o allo scopo di cercare di porre rimedio, in qualche modo, alla svista commessa; mi sia concesso però, a parziale mia discolpa, di chiarire un punto fondamentale a proposito delle mie intenzioni: le considerazioni da me espresse, infatti, perquanto amare, non erano volte nel modo più categorico a screditare il vostro impegno e la vostra buona fede.

Pianista cieca al pianoforte con accanto il suo cane guida

“Storie di ordinaria follia” Svolgo l’attività di musicista da circa venticinque anni, ma, da qualche tempo, non voglio più essere considerato un professionista del settore.
Agli inizi del mio percorso, le condizioni socio-culturali del Friuli Venezia Giulia, regione nella quale vivo e principalmente opero, erano profondamente diverse dal tempo in cui viviamo ora; le risorse erano maggiori, c’era, probabilmente, più fame di arte e cultura e, tutti eravamo meno arrabbiati con il mondo.

I gestori di esercizi commerciali, all’epoca, facevano cassa e investivano ancora nella musica così detta “dal vivo” e manifestavano interesse rispetto a molte altre iniziative alla musica non strettamente collegate.
Noi musicisti lavoravamo di più; le voci di bilancio, entrate contro uscite, si reggevano, più o meno, in equilibrio e per parecchio tempo la situazione si è mantenuta ad un livello di dignità più che accettabile.
In realtà però, certe anomalie e alcune criticità presenti nel sistema erano chiare già allora quando, diciamo, le cose “andavano bene”.

Qualche tempo fa, compiendo un lungo viaggio in macchina con un paio di amici musicisti, rispolveravamo il repertorio delle bizzarrie alle quali, non proprio così saltuariamente, nel corso degli anni ci è capitato di dover sottostare; a questo proposito, allo scopo di fornirti una diversa prospettiva, ti renderò partecipe di alcuni siparietti i quali offrono un’esilarante visuale su quelli che sono gli aspetti pratici che fanno da contorno all’attività di ciascuno di noi “esercenti attività musicale”.

Analizziamo in primo luogo come è percepita dal sistema che ruota intorno al mondo della musica dal vivo la figura del musicista professionista, soprattutto se esponente, a qualunque livello, per vocazione o per opportunità, anche se quest’ultima ipotesi è poco probabile, dela musica Jazz su scala planetaria, continentale, nazionale o locale

Generalmente, quando si incontrano le persone, soprattutto in occasione di un evento quale può essere un concerto, ci si confronta, ci si racconta e ci si ascolta e solitamente, tutto procede con ordine fino a che, malauguratamente, qualcuno non osa oltrepassare la soglia limite del livello di curiosità e facendo ciò, ti rivolge la fatidica domanda:
cosa fai?
Tendenzialmente, a questa richiesta, io rispondo:
– Il musicista. –
Spesso però, non sempre ad onor del vero, la replica dell’interlocutore si presenta accompagnata da un velo di smarrimento in questa forma:
– Bene! Ma di lavoro cosa fai? –
Si tratta di un “giuoco delle parti” che, mio mal grado, conosco a meraviglia al quale, a volte, mi ci assoggetto con un certo divertimento.
Ciò però, ahimè, al di là del gioco in sé, mette in risalto un problema culturale che si riverbera a tutti i livelli, dal fruitore di musica ai gestori di esercizi commerciali, dagli organizzatori di importanti eventi artistici fino a toccare i referenti della politica e delle istituzioni, pubbliche o private che esse siano.

Un altra leggenda metropolitana dipinge quasi in maniera caricaturale un certo tipo di operatore del settore il quale, tutto orgoglioso della cornice che per te predispone nel corso dell’organizzazione di un evento artistico, al momento di concordare il cachet per la prestazione, si inalbera e ti apostrofa più o meno in questi termini:
– Come! Ho allestito un bellissimo palco, ti ho procurato un service luci strepitoso, – da notare che gli aspetti fonici, anche se parliamo di musica, sono un dettaglio secondario, – ho previsto pure un rinfresco dopo la serata e tu… Vorresti anche essere pagato? –
Certo, chiedo scusa, dovrei sentirmi onorato di prendere parte a tutto questo: come ho potuto solamente pensare alla prospettiva di un possibile cachet?

Ripresa di un caratteristico interno di un'osteria con persone sedute ad un tavolo

Mi sia consentito proporre un’ultimo raccontino allo scopo di soddisfare un capriccio personale.
È noto che il momento cruciale di ogni accordo, come già dimostrato, è il momento nel quale una trattativa raggiunge il “Nocciolo della questione”, “The heart of the matter”, ovvero: la definizione del cachet.

Ricordo un’affermazione da parte di un addetto del settore che mi fece sentire quasi un usurpatore, un criminale: colpevole di frode e raggiro.
L’affermazione, lapidaria, che in più di un’occasione mi è stata rivolta e mi ha colpito direttamente allo stomaco è stata formulata più o meno in questi termini:
– Come! Voi jazzisti andate a suonare nelle osterie per un bianco e un nero e, per partecipare al mio evento, avanzate anche delle pretese di natura economica! –

A parte il fatto, non del tutto trascurabile, che, il bianco e il nero, in un’osteria, rappresentano due categorie di pensiero ben distinte intorno alle quali è assolutamente vietato fare confusione se non dopo un minimo consumo previsto di default.
Ad ogni modo, chiedo scusa per la seconda volta: non suonerò più nelle osterie.
Attenderò, in uno stato di profonda ibernazione, di essere ritenuto degno di prendere parte, ogni cinque o dieci anni, all’evento di cui sopra dove, la mia partecipazione, avrà come corrispettivo un cachet da favola il quale offrirà a me e alla mia famiglia un grado di sussistenza sufficientemente elevato fino alla successiva convocazione.

Al di là di ogni forma di cinismo: nelle osterie non ho mai smesso di suonarci.
Non è una regola, ma, al di fuori di ogni rischio di fare della retorica, in alcune di esse, fortunatamente, l’entusiasmo è ancora sano, inattaccabile e scevro da orpelli di natura pseudo culturale; poche risorse, molti sforzi a fronte di una carica umana autentica e dirompente.

Potrei intrattenerti a lungo su questa falsa riga, ma a quale scopo?
L’unico risultato sarebbe quello di continuare ad alimentare guerre che prima si combattevano fra compagini un po’ più ricche di oggi; poi, nel tempo, gli schieramenti si sono impoveriti, inariditi e incattiviti.
Il livello del conflitto fra le parti però, non è certo negli anni diminuito; ciò che nel frattempo è mutato invece, è il terreno dello scontro poiché esso, al punto in cui siamo giunti, è rappresentato solamente da un grande deserto artistico e culturale nel quale noi tutti siamo totalmente immersi.

immagine di un gruppo di contadini che zappano la terra

“Siamo uomini o caporali”? Con un certo orgoglio, mi sono sempre considerato alla stregua di un artigiano che, piuttosto di plasmare materia, manipola idee in astratto: la musica nello specifico.
Compreso questo primo passaggio paragonabile al lavoro che mia madre e mio padre, con fatica, svolgevano nei campi per trarne da essi i frutti, ho sempre ritenuto che l’elaborazione del mio pensiero, benché rappresentato da concetti non palpabili, sarebbe diventato ciò che per i miei genitori significavano i prodotti della terra ovvero: qualcosa da proporre ad altri mediante la vendita o il libero scambio.

Questo pensavo quando vivevo nel paese fatato della mia infanzia mantenutosi tale nel periodo dell’adolescenza e resistito persino alla ruvidezza della realtà pragmatica che l’età adulta, inesorabilmente, propone.
A distanza di tanti anni da allora però, in virtù di alcune amare considerazioni, sono obbligato a riformulare questo pensiero alla luce di un nuovo interrogativo e cioè: fare il musicista, nella situazione odierna in cui ci troviamo, può rientrare all’interno del dettato costituzionale che definisce il lavoro come concetto fondante del paese al quale appartengo?

Da venticinque anni, infatti, continuo a dibattermi come in una ragnatela dentro lo stesso quesito ossia: se io manipolo idee fatte di suoni, le realizzo e, supponiamo, desideri concretizzare il mio lavoro di artigiano fissando la mia materia su di un disco, di tipo fisico o di natura virtuale che esso sia, perché, per far circolare il mio pensiero, devo anche sostenerlo economicamente con un impegno di spesa che si proietta ben oltre i normali costi di produzione previsti da ogni attività professionale?
Detto in altre parole: perché, in un mondo dove le idee rappresentano un capitale sul quale è possibile addirittura fondare delle società di tipo commerciale, rappresentando esse, le idee, un valore strettamente economico comparabile a quello delle azioni che, quotidianamente, si scambiano in borsa; per contro, nel caso dell’arte, con particolare riferimento al settore della musica, questa regola non vale?

La mancanza di validazione di questo principio, ha sempre costituito per me un grosso dilemma poiché, in sostanza, per produrre sono costretto anche a pagare.
Mi si potrà obiettare, a tale riguardo, che il mercato, grazie ai propri filtri e ai suoi meccanismi di selezione, non può offrire spazio alle idee prive di intrinseco valore o, più semplicemente, presentate male, insomma: una specie di selezione naturale del pensiero.
Tutto ciò che concretamente a me è dato di sapere però, è che il tempo nel quale scrivo musica non può essere contabilizzato, il tempo che trascorro ad inviare e-mail al fine di adempiere agli aspetti amministrativi relativi ad un concerto, non ha valore contabile; il tempo che, assieme ai musicisti, dedico ad elaborare progetti e verificarne i risultati, non è rimborsabile e, come corollario, al contrario di ogni altra categoria professionale che si rispetti, quando vengo chiamato a fornire una prestazione, devo accettare un compenso determinato dal committente: pena, l’esclusione da qualsivoglia circuito musicale.

Immagine di una cartella esattoriale di equitalia

Carissima, riferendomi a una tua osservazione specifica, rispondo che il problema non risiede nella noia di dover adempiere a degli aspetti amministrativi: ogni professionista degno di quel nome, a qualunque categoria esso appartenga, è chiamato a farlo.
Emettere una fattura dove il cachet rappresenta un elemento che dà la possibilità a me e, magari, alle persone che in famiglia ho a carico, la prospettiva di migliorare la qualità della vita nella quotidianità, versare di conseguenza le tasse a fronte di quanto percepito, questi semplici aspetti, per me, hanno sempre assunto una connotazione di estrema dignità.
In tutto questo però, nel nostro caso, manca il presupposto fondamentale sul quale dovrebbe reggersi l’architettura del sistema e cioè: a fronte del valore di quale cachet io posso manifestare il mio orgoglio di contribuente considerando il curioso aspetto che, rispetto ad esso, non godo neppure del diritto di determinarne l’entità?

Ribadisco il mio rammarico per averti dato l’impressione di sputare su quei “330 denari”; non era mia intenzione sminuire lo sforzo di nessuno.
Sappiamo tutti che l’angusto mondo della musica dal vivo si trascina come un carrozzone dove, gli stessi enti che dovrebbero essere preposti alla tutela delle idee e dei diritti previdenziali, continuano a mietere vittime soffocando qualunque iniziativa culturale e artistica, in nome di non so quali assurdi e aberranti principi.

Ad ogni modo, le contraddizioni insite in questo perverso gioco al massacro da me fino a qui addotte, rappresentano buona parte dei motivi che, qualche tempo fa, mi hanno suggerito di non voler più appartenere alla categoria dei “musicisti professionisti”.
Al punto del mio percorso di vita e artistico nel quale mi trovo ora, so di potermi permettere almeno il lusso di suonare esclusivamente per vocazione, quando ne ho voglia, con chi mi garba e, soprattutto, dove ritengo che ne valga la pena farlo.

Immagine di un vecchio modello di registratore di cassa

Conclusione
Concludo dicendoti che sono perfettamente a conoscenza di cosa significhino € 330 per un piccolo esercizio commerciale o per una associazione culturale qual’è la vostra; tu non puoi neppure immaginare quante serate, nel corso della mia esperienza, si siano concluse con i sensi di colpa poiché, nonostante la passione, la dedizione e l’impegno nel tentativo di proporre qualcosa di bello per chi ti ascolta, al termine di tutto, altro non rimanesse che il rammarico di avere raschiato il fondo del registratore di cassa di qualcuno al quale, sicuramente per quella giornata, i conti non sarebbero tornati.

Va ancora detto, per dovere di onestà intellettuale, che dal canto nostro, noi “musicisti professionisti” quali dovremmo essere: non siamo sempre degli esempi di correttezza, puntualità e precisione.
Più di quanto si pensi, infatti, utilizziamo il presupposto del “fare arte” come una zona franca entro la quale tutto è possibile dove, in virtù del sentirsi parte di una casta che vive al di fuori del senso pratico e del mondo comune, ogni comportamento trasgressorio e inadempienza sono leciti poiché sdoganati dalla falsa e comoda concezione che l’arte è in perenne conflitto con le regole alle quali, tutte le categorie professionali che piaccia o meno, debbono sottostare.

In conclusione, a te e a chi avrà avuto la pazienza di seguirmi fino a qui, voglio dire che Nonostante dalla forma e dai contenuti di queste righe la mia immagine possa apparire ofuscata in quanto velata da un’apparente amarezza e pessimismo, affermo e chi mi conosce lo sa molto bene, che questi aspetti non mi rappresentano affatto.
Al di là di tutto, infatti, anche se con un po’ di fatica in più rispetto a qualche anno fa, di fronte alla forza di un’idea compositiva, dinanzi alla prospettiva di suonare con le persone alle quali tengo e nei confronti della stessa ripetitività delle azioni che ciascuno di noi esprime nel quotidiano, mi sento “oppresso di stupore” come all’epoca in cui ero un bambino e avverto lo stesso entusiasmo e la medesima sorpresa di quando, oramai molto tempo addietro, muovevo i miei primi passi nel mondo della musica e nell’ambito della costruzione di profonde relazioni con il pubblico che, ancora oggi, ha il buon cuore di ascoltarmi suonare.

Le immagini utilizzate in questa pagina provengono dalle bacheche tematiche di Pinterest e dalla libreria di Google. Torna all’inizio

Dall’hard disk all’hard bop

foto di un display Braille tratta dalla libreria di Google

Premessa
Nel corso di queste ultime settimane, ho investito parte del mio pensiero e delle mie energie nella realizzazione di uno spazio web che in qualche modo mi rappresenti.
Fra i vari contenuti, ho inserito una pagina dedicata al servizio che svolgo presso l’Ufficio H in qualità di dipendente della Comunità Piergiorgio ONLUS di Udine.
Questo testo doveva rappresentare, in realtà, una sorta di approfondimento relativo alle attività che all’interno di questo servizio, da molti anni, svolgo assieme ad un gruppo di consulenti tecnici e formatori.
L’obiettivo però non è stato quello che mi ero prefisso al principio poiché, andando a rileggere ciò che ho scritto, mi rendo conto, mio malgrado, di essermi raccontato piuttosto che aver approfondito, fornito dettagli o spiegato qualcosa.
Ciò che ne è scaturito, comunque, rappresenta una parte del mio vissuto che sento di voler condividere con chi avrà la voglia e la pazienza di leggermi.

dedica
Dedico questo post ad Aldo, Barbara, Daniela, Davide, Enrico, Giulio, Greta, Laura, Lauretta, Lucia, Massimo D., Massimo M., Nicola, Sabrina, Sylvie e Stefano che da molti anni, senza troppe parole, condividono con me successi, sempre troppo pochi, fallimenti e frustrazioni, molti, pranzi spesso consumati in fretta e attimi rubati per muti e solidali caffè.

Dall’Hard bop agli hard disk
Ho cominciato ad occuparmi di tecnologia dagli inizi degli anni 90 quando, in una fase intermedia della mia vita, una delle tante, decisi di avvicinarmi al mondo dei computer.
All’epoca avevo già completato il mio percorso accademico diplomandomi in pianoforte, ma la mia vita era sospesa poiché, l’ipotesi di una possibile carriera artistica metteva in evidenza parecchi punti interrogativi; avevo affrontato l’esame finale di pianoforte dopo più di tre anni di pausa forzata a causa di un problema meccanico alla mano sinistra il quale mi impediva di suonare e ciò, rendeva del tutto incerta la possibilità di investire il mio futuro in quella direzione.
Fu, fra l’altro, in quel periodo che orientai la mia sensibilità musicale verso forme diverse da quelle che, fino a quel momento, avevo frequentato e fu proprio in quel periodo, detto per inciso, che cominciai a dedicarmi a quella che era una mia antica passione: il jazz

In quegli anni vivevo ancora a Milano e lì incontrai il mio primo personal computer: un AST con un disco da 40 mega byte di spazio, processore intel 80286 e 640 kilo byte di memoria RAM, dotato di un box esterno grande poco più di un pacchetto di sigarette il quale serviva a dare voce al sistema.

Per quei tempi, il box che io utilizzavo come sintesi vocale rappresentava una dele versioni più avanzati al mondo in relazione a quel tipo di dispositivo; bisogna ricordare, infatti, che i personal computer di quegli anni non montavano ancora schede audio e, quindi, i sintetizzatori vocali si configuravano, fisicamente, come delle radio dotate di rotori per la regolazione del volume, switch per l’accensione e lo spegnimento e, a seconda dei modelli, ulteriori controlli di tipo analogico.
Il mio sintetizzatore vocale, all’accensione, recitava quale messaggio di benvenuto: “Salve!”
La voce era di natura metallica e non aveva nulla a che vedere con i campionamenti fonetici che i sistemi assistivi utilizzano oggi.
Di tanto in tanto, ricordo, la portavo con me nei luoghi pubblici come, ad esempio, sugli autobus della metropoli lombarda dove abitavo e, nascondendola sotto qualche capo di abbigliamento, l’accendevo con il volume orientato a fondo scala e le facevo dire: “Salve!” La cosa, con gran divertimento mio e degli amici che si univano al gioco, destava un bel po’ di scompiglio fra gli astanti ed io passavo, nell’immaginario collettivo, per un cieco con doti da ventriloquo.

La prima sintesi vocale che utilizzai era in verità di qualche anno precedente la mia; correva la fine degli anni 80 quando, per la prima volta nella mia esistenza, posi le mani sulla tastiera di un personal computer dotato di quel ausilio.
Il nome in codice era Gorbačëv. E il riferimento è chiaro; si trattava di un dispositivo dalla pronuncia praticamente incomprensibile con derive di natura fonetica che digradavano verso le sonorità proprie degli idiomi di matrice russa.
Eppure, ciò rappresentava comunque qualcosa di straordinario; anche per chi non vedeva, infatti, da quel momento una immensa, straordinaria finestra si apriva sul mondo e i piani della comunicazione fra chi vedeva e non vedeva si posizionavano su livelli più prossimi.

Il codice Braille che ancora oggi, per chi non vede, a mio parere, costituisce e deve rappresentare la via verso la conoscenza, per chi vede può configurarsi, a ragione, come un ostacolo insormontabile.
Non è difficile immaginare come potesse essere il mondo dei Ciechi prima dell’invenzione del codice Braille e quali benefici abbiano recato le grandi scoperte applicate al mondo della comunicazione; per fornire un solo esempio in merito, basti pensare alle ricadute provocate dall’invenzione del telefono.
Non so però, se sia ancora del tutto chiara la portata di quanto l’applicazione delle tecnologie assistive al mondo dell’informazione abbia prodotto e, soprattutto, quanto tutto questo implichi e, cioè, che si tratta di un percorso oramai tracciato dal quale non è e non sarà più possibile ritornare indietro.

Esattamente alla metà degli anni 90, le interfacce dei sistemi informatici subirono una repentina mutazione costringendo la popolazione informatizzata a compiere una epocale migrazione da interfacce di tipo testuale, modalità comando, ai sistemi di tipo grafico, a finestre, come questi ultimi ancora oggi li conosciamo.
All’epoca, ricordo bene, ci fu un po’ di smarrimento; la comunità dei non vedenti sembrava improvvisamente tagliata fuori dall’evoluzione tecnologica e, dopo una fugace illusione, condannata ad essere relegata sulla “dark side of the information” poiché le modalità di dialogo con le macchine viravano bruscamente e senza possibilità d’appello, verso un approccio prevalentemente di tipo visuale.
Non fu così per fortuna; vennero rilasciati in pochi anni vari software, screen reader, i quali sono strumenti in grado di leggere, nel vero senso del termine, lo schermo per chi non vede.

Nell’arco di un breve spazio di tempo, anch’io come tanti altri, spostai la mia attenzione su un sistema di tipo grafico dotato di screen reader e di display Braille e, senza neppure rendermene conto: nell’anno 2000 mi ritrovai in veste di co-docente a tenere, il primo deimolti che poi seguirono, un corso di informatica di base dedicato ad un gruppo di non vedenti che, per l’occasione, venne organizzato da una cooperativa attiva nella periferia nord di Udine, provincia nella quale ancora risiedo e lavoro.

Fino a quel momento, lo confesso, mai avrei pensato che un giorno avrei dedicato parte del mio tempo all’insegnamento dell’informatica.
Fu ad una delle lezioni di quel corso che entrai in contatto con la realtà dell’Ufficio H, realtà dove ancora oggi svolgo la mia attività di consulente e di formatore.
Devo tutto ciò alla mia “talent scout” Greta Rodaro, attualmente responsabile del settore riguardante la formazione di quell’ambito.

Nel 2002 attivammo quello che, ancora adesso, è lo “Sportello formativo e informativo per non vedenti e ipovedenti”.
Nel corso degli anni abbiamo promosso numerosi corsi di informatica di base e avanzata rivolti a soggetti con disabilità visiva e fornito, nel tempo, un elevatissimo numero di consulenze in ambito didattico, riabilitativo o, semplicemente, orientate al solo fine di offrire alla vita delle persone che a noi si rivolgono un grado, il più elevato possibile, di autonomia e, soprattutto, di fiducia nelle proprie capacità residue.

In questi ultimi anni, complice la spinta del mercato verso le tecnologie di tipo Touch, anche il nostro servizio, nell’ambito delle attività di consulenza e di quelle a carattere formativo, si è dovuto volgere in tale direzione; possiamo dire però, a tale proposito, che per quanto questo tipo di tecnologie possano sembrare in completa antitesi con le modalità percettive di coloro che non vedono, non offrendo esse nessun tipo di riferimento fisico-spaziale, gli strumenti di tipo assistivo elaborati da diversi marchi commerciali e progetti open source attualmente a disposizione, offrono la possibilità a molti soggetti di puntare con sicurezza verso il superamento di nuove frontiere che, fino a poco tempo fa, sembravano invalicabili.

Va chiarito, in conclusione, che l’ufficio H non può riassumersi nelle attività dello sportello dedicato ai disabili visivi; quando io sono entrato a farvi parte, al principio del terzo millennio, la struttura rappresentava una novità ed un germoglio che, evidentemente, nel corso del tempo, ha stabilito solide radici sul territorio, diventando punto di riferimento imprescindibile per molti utenti, famiglie e istituzioni.
Esso è un guscio che contiene esperienze ventennali di consulenti, tecnici e formatori che a trecentosessanta gradi offrono supporto di tipo umano e professionale in ambito riabilitativo, educativo-formativo, occupazionale ecc.
Si tratta di un patrimonio umano ed esperienziale che, a mio parere, andrebbe maggiormente tutelato dal sistema, ma questo non è argomento da trattarsi in questa sede.

L’immagine utilizzata in questa pagina proviene dalla libreria di Google.